Da un mese alcuni blogger e loro amici si sono imbarcati da ogni dove della penisola nel progetto di un blog col quale reagire alla miseria, allo squallore, alla mediocrità - in sintesi alla 'perversione' - del concetto di bellezza e umanità che da anni è stato effettuato sotto i nostri occhi e nostro malgrado da un certo tipo di soggetti con un'operazione che rasenta la propaganda.
Oggi questo sito - Ladri di bellezza - apre. I 'ladri' posteranno liberamente, quando avranno tempo e voglia di fare colpi nella rete, le cose che a loro piacciono, che trovano belle, felici, 'umane'.
Venite a visitarlo, scrivete i vostri commenti, vivetelo con noi. Usiamolo tutti per 'farci del bene' in questa società e in questo immaginario malati e in cui non ci riconosciamo.
E proponete anche voi dei 'furti' - così da rendere sempre più ricco questo bottino collettivo di un altro immaginario.
Minerva & Cristina
19/04/11
Ladri di bellezza: un blog di resistenza all'incedere del brutto
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14/04/11
Una stanza tutta per sé
Nata e cresciuta in Libano, Rania Matar si trasferisce negli Stati Uniti nel 1984. Originariamente architetto, studia in seguito fotografia documentaria - passione che diventerà professione e disciplina di insegnamento presso il Massachusetts College of Art and Design, ma anche nei campi profughi del Libano dove l'artista si reca periodicamente attraverso organizzazioni non governative.
Il lavoro di Rania Matar si concentra principalmente sulle donne e le questioni di genere, cercando di restituire la voce a chi è stato dimenticato o frainteso. Il suo ultimo progetto si intitola Una ragazza e la sua stanza, ed è un'indagine fotografica multisituata (sinora tra vari paesi degli USA e Libano) delle modalità con le quali le adolescenti allestiscono e vivono il proprio spazio privato.
Nel vedere queste immagini non ho potuto non pensare a Virginia Woolf, e a quanto sia importante il fatto di avere una proprio spazio privato, una 'stanza tutta per sé'.
Non ho associato alle immagini riferimenti puntuali di nome, età e luogo - vi invito a vedere l'intera gallery sul sito e a continuare a seguirla e riflettervi sopra man mano che si svilupperà.
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10/02/11
Mike Wesch, "The Machine is (Changing) Us: YouTube and the Politics of Authenticity"
L'intervento di Mike Wesch al Personal Democracy Forum presso il Jazz at Lincoln Center, a partire dai materiali di An Anthropological Introduction to YouTube. Buona visione!
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07/02/11
Participation Culture, Creativity, and Social Change
Lezione inaugurale di David Gauntlett, professore di Media and Communications alla School of Media, Arts and Design, University of Westminster e autore di Media, Gender and Identity.
Una riflessione interessante e utile. Buona visione!
Una riflessione interessante e utile. Buona visione!
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05/02/11
Umani in via di estinzione... (da RepubblicaTV)
Oggi su "RepubblicaTv" è apparso questo video. Tralasciando la presentazione retorica e sensazionalistica di "Repubblica" che ci mostra nel titolo tali gruppi culturali richiamando l'immaginario del film Avatar, sempre più mi chiedo - come da domanda finale del video - quale sia la 'giusta' misura nella relazione con gli altri, che siano singoli/gruppi che abitano il territorio che abitiamo pure noi, che siano (come in questo caso) popolazioni che abitano territori 'altri', sfruttati per esempio da multinazionali (e quindi, indirettamente, anche da noi).
Quale diritto abbiamo di entrare in relazione con loro, decimarli portando un raffreddore, o al contrario proponendo loro cure per allungarne la vita? - tanto per fare un esempio. Ma anche quale arroganza abbiamo per confinarli all'interno di 'riserve' ove possano vivere a modo loro, quale che sia la qualità/durata della loro esistenza, le loro leggi, le loro pratiche culturali e il loro senso della vita - quale arroganza abbiamo per cui parliamo di loro 'sopravvivenza' all'interno di riserve, chiamando a raccolta aiuti internazionali per 'proteggerli', come fossero animali in via di estinzione?
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02/02/11
Antropologia della visione
Alla vista è sempre stato tributato il posto d’onore tra i sensi nell’entrare in contatto col mondo: dobbiamo solo aprire gli occhi, e il mondo si dipana davanti a noi. Per tale ragione, linguisticamente, ritroviamo ovunque espressioni che mettono in diretto rapporto il processo della visione con quello della conoscenza - si pensi al concetto di “vedere per credere” o al contrario all’“avere il paraocchi”. Il pensiero occidentale si esprime parimenti attraverso metafore visive - nel momento in cui ricorre ad esempio a nozioni di ‘chiarezza’, ‘luce’, ‘prospettiva’, ‘punto di vista’.
Senza bisogno di pensare, la vista ci proietta nel mondo, ove le cose scorrono davanti ai nostri occhi in un flusso continuo - interrotto solo se volontariamente dalla concentrazione su qualcosa di specifico. Eppure gli studi sulla cecità o sul modo in cui vedono i membri di culture ‘altre’ insegnano che vedere non è un’attività naturale: alla nascita il bambino non coglie il significato delle forme che si presentano ai suoi occhi. Egli , piuttosto, acquisisce la competenza a guardare e interpretare ciò che si apre davanti ai suoi occhi nel corso del tempo, mettendo in relazione quelle forme visive con le esperienze e le informazioni che gli derivano dagli altri organi di senso. Per riconoscere qualcosa, la deve in pratica già ‘conoscere’.
In seguito a tale apprendistato, che varia da individuo a individuo in base alle sue particolari esperienze personali nell’arco della propria vita, l’atto di vedere diventa poi un processo automatico, al punto tale d’essere percepito da tutto noi come ‘naturale’ pur se non lo è. Se quindi nella vita quotidiana ci sembra che il mondo visivo si apra a noi in modo continuo, nel momento stesso in cui noi ‘vediamo’ stiamo già guardando - ovvero mettendo a fuoco particolari piuttosto che altri, e nutrendo aspettative rispetto a ciò che verrà dopo, o alle informazioni che ci servono per completare la percezione di un oggetto.
Lo sguardo è un’attività produttiva e creatrice di senso (ancorché inconscia), che cerca di capire e comprendere attraverso il confronto tra la propria attività, le informazioni che giungono dagli altri sensi (spostandoci per esempio nello spazio, o allungando una mano per valutare la distanza o le qualità dell’oggetto che vediamo, per spostarlo, per comprendere come è fatto) e il ricordo - ovvero le precedenti esperienze analoghe di personale ‘appropriazione’ visiva del mondo. Lungi dall’essere innocente, esso “arriva di fronte alle cose con una storia, una cultura, un inconscio. L’occhio appartiene a un soggetto. Radicato al corpo e agli altri, non riflette il mondo, lo ricostruisce con le sue rappresentazioni” (David Le Breton).
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29/01/11
Differenze culturali nella percezione cognitiva (Lisa Wade)
Link originale:
http://thesocietypages.org/socimages/2011/01/25/cultural-differences-in-cognitive-perception/
http://thesocietypages.org/socimages/2011/01/25/cultural-differences-in-cognitive-perception/
Ve ne offro una veloce traduzione, con in fondo una piccola, velocissima considerazione da antropologa visiva.
Sembra ovvio che le percezioni cognitive di base non dovrebbero variare da società a società. Il che significa che i nostri occhi dovrebbero vedere e il nostro cervello deve elaborare essenzialmente lo stesso, non importa ciò che noi chiamiamo noi stessi, che lingua si parla, o quali festività celebriamo. Si scopre, tuttavia, che anche le cognizioni di base variano in tutto il mondo.
La maggior parte americani, per esempio, percepisce le due linee in questa illusione ottica di lunghezze diverse, con la linea a più breve di linea b. In realtà, essi sono della stessa lunghezza.
Ma, come sostenuto da Joseph Henrich e colleghi nel Journal of Behavioral and Brain Sciences, la nostra sensibilità a questa illusione varia in base alla cultura. In media, la linea a deve essere un altro quinto più lunga della linea b prima che la media degli americani non laureati valuti le linee di pari lunghezza. La maggior parte delle altre società che sono stati testate su questa illusione, tuttavia, prevedono sostanzialmente meno manipolazione. La figura seguente confronta come individui in diverse società rispondono a questo test. Le misure sono problematiche, e si può leggere di più in merito qui; ciò che è necessario sapere per ora è che le società sulla destra sono più sensibili per l'illusione e la società sulla sinistra meno.
Osservando che gli individui nelle società più sviluppate (ad es., Evanston, Illinois) tendono ad essere più vulnerabili all'illusione - infatti, in alcune società, come ad esempio i San del Kalahari, essa non si qualifica come un'illusione per tutti — Henrich e suoi co-autori sostengono che l'esposizione agli "ambienti moderni" possa esserne la causa:
…l'esposizione visiva durante il suo sviluppo a fattori quali "angoli costruiti ad hoc" degli ambienti moderni può favorire alcune calibrazioni ottiche e abitudini di visualizzazione che creano e perpetuano questa illusione. Il sistema visivo si adatta, alla presenza di caratteristiche ricorrenti nell'ambiente visivo locale.
Anche le basi della cognizione, che varia tra culture. Ciò, sostengono Henrich e altri, chiama in causa tutti i truismi di psicologia basati, principalmente, sulla ricerca sperimentale con soggetti occidentali.
Una sola considerazione: tutte queste tesi sono state già esposte e sviluppate in antropologia visiva da almeno 50 anni (cfr. i lavori di Rouch, poi Worth & Adair) e sintetizzate mirabilmente nei lavori di Massimo Canevacci e Antonio Marazzi...
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