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17/02/10

Picturing London (The Map Room Is Open)

Do not trust maps, in London, they don't tell the truth: what you think is nearby on the map, will always be elsewhere in the reality. Walking is something I do really enjoy. Covering neverending distances is something I enjoy less, but still is a wonderful way to get to know a place. When I don't walk, I observe this town from above: from the upper floor of the buses, from the windows ot the overground train crossing the houses at their somthing like second floor of the houses. And I grasp instants of people lives: a white man gardening the backyard of his place, a woman caring at her kids inside a sad grey block, a couple of gothics walking to reach Camden Lock. I take the chance of any interview and any step I do in my job search (yes, now I'm searching for a job - it seems there's always something to search for here in London, doesn't it?) to discover new areas of the town, but at the moment I mostly had the chance to explore - if you look at a standard map of London and use the Thames to split the north and the south of the town, and the City as 'hardcore' of all the issue - some east, some north-east, some north-centre and some south-east of the Thames.
I had to meet Chris, a few days ago, at the 56a Infoshop Social Centre. You can reach that place taking a couple of buses from Clapton Pond (where I live) to Walworth and, as I never give up any chance to play, I did it also this time. This means that, without any 'academic' intention about questioning issues such as place, standard maps, distances and cultural assumptions about the boroughs I was going through, I jumped on a bus, reached the upper floor and began shooting pics as a common tourist. I wasn't really interested in anything in particular. I just took a pic any time I had a question or some stupid reflections were coming up to my mind.

Clapton Pond seems like a fairytale, notwithstanding its poverty. A fountain, a small wood bridge, a few trees, and probably ducks (not in this season). In front of it, waiting for the bus, you are offered the sight of some anonymous shops and a phone box sunk in the cement of the pavement (it's a pretty traumatic experience calling from there, as the pavement itself is partially lift so that you are forced to assume a diagonal position with your body as well, and hope not to fall out of your centre of gravity).
From the bus I take a few pics, perfectly knowing the areas of the town I'm in - and being able to figure them both in my mental map of London and in the memory I have of the standard map of it, but still... where are the borders among the different boroughs? And how comes that sometimes boroughs are not written in some maps, but smaller areas within them are? Which is the reason why a map includes the name of a smaller area and skips out the one of a bigger borough?

The freedom of enjoying this small trip gives me the chance to notice and joke about the places, so that I feel moved as I see a huge building in cement, glass and steel with two high wings... and something that seems just fallen down between them. I can imagine it desperately crying to the people walking quickly in the streets nearby, and I can hear its voice and story: "Hey, you, can you help? I'm a piece of the roof, I fell between the two wings of this building and it's so narrowed that I can't stand up anymore so to climb it and get back to my place... CAN SOMEONE HEEELP?!?!?!?!".





Chris (Captain Mapp) draws maps, and makes people do the same. Then he collects the works produced and organises exhibitions of them. I ask him what's next, when he leads a workshop or a walk with people, and they produce their maps of a place, or tell him their stories/memories about a neighbourhood in the past. "What's next? Nothing!" - he replies. All is spent in the dimension of the actualising, in a full situationist style.
I got to know him whilst searching online for maps and mapping in London, and I met the project “THE MAP ROOM (is open…)” – that exists also in reality as “suitcase” archives of maps, projects, festivals he produced (or led the production of)… The maps we are talking about are not the usual ones, with standard points of reference anybody could use to orientate in the space: they are subjective, emotional, symbolic, and mostly depict their author, his/her memories, points of view and desires. They reflect the sense of a place by those who live it, and for this reason both a (psycogeographer) artist and an anthropologist can be interested in them. I’m starting wondering how an ethnographic project I have in my mind about the issue of “personal and collective identity” could match with his work and be developed by our different, but closed, gazes. One of these days, I will find out the time to write a draft about it, and ask Chris to give me his feedbacks and work on it himself too.

More pics here: From Clapton Pond to Walworth

06/01/08

Etnografia dello spazio urbano II – La mia ‘mappa cognitiva’, negozi, nuovi ‘amici’

Cambiare casa e andare a vivere in un’altra città, o anche solo in un altro quartiere, significa dover sviluppare una nuova ‘mappa’ di punti di riferimento necessari per le attività fondamentali dell’esistenza quotidiana. E per conoscere un posto nuovo per me non c’è modo migliore di camminarci dentro - sentendone odori e suoni.

I primi giorni in cui abitavo nella casa nuova la mia esplorazione del quartiere si fermava a brevi puntate verso la latteria e la panetteria. La latteria era un negozio d’altri tempi con due porte di ingresso. Una apriva sul lato bar, dove un semplice bancone con la macchina del caffè, un tavolo con la tovaglia a quadri bianca e rossa e quattro sedie ospitavano anziani clienti al mattino e muratori e operai all’ora di pranzo. L’altra porta apriva sulla latteria vera e propria, un ambiente piccolo con uno scaffale refrigerato per i latticini. A fianco della latteria, una panetteria con il forno annesso aveva un aspetto decisamente più moderno, ma anche standardizzato - con il mobilio in legno chiaro grezzo. Una volta questo negozio era più piccolo e i prodotti si ammucchiavano in un caldo e denso disordine. Mio nonno, ogni Natale, comperava qui il pandoro e non perdeva mai l’occasione di acquistare anche un paio di numeri della ‘lotteria della panetteria’ – un’iniziativa che illustra bene la dimensione ‘locale’ della quale sto parlando. Le nostre vincite, in questo caso, si limitavano a una bottiglia di spumante di qualche marca di media qualità.


Come me - e con me - mio nonno paterno amava camminare. Mi prendeva per mano - avevo sei/sette anni - e mi portava in giro nel suo tentativo quotidiano di prendersi qualche ora d’aria da mia nonna. Compravamo per lo più in panetteria: mio nonno si faceva mettere da parte il pane e altre cose, pagava e vi lasciava le borse in consegna per poi riprenderla al ritorno. Poi proseguivamo fino dal giornalaio - un tifoso sfegatato del Torino come tutta la mia famiglia – dove chiedevamo
La Stampa e a me, se era già uscito, Topolino. La gestione dell’edicola oggi cambia in continuazione e ogni sabato che mi permetto l’acquisto de La Repubblica non so mai se la troverò aperta o chiusa.

Nelle passeggiate di un tempo la tappa successiva era dalla verduriera, dove gli acquisti terminavano. Ultimamente, una sera, sono entrata in questo negozio alla ricerca di un limone e, appena varcata la soglia, mi ha investito l’odore che c’era già trent’anni fa – odore di mobili vecchi, conserva di pomodoro fatta in casa, cassette di cipolle. Mio nonno, con la sua cortesia piemontese, si intratteneva a lungo a parlare con lei (così come con tutte le commesse e le signore del vicinato, a dire il vero), per poi cercare di nuovo la mia mano e riprendere poco convinto la strada di casa.

Camminava molto, molto, molto lentamente e quasi sempre mi faceva giocare ancora una mezz’ora nei giardini davanti al giornalaio, per poi fermarci ulteriormente al bar dell’angolo, dove prendevamo l’aperitivo – un Punt-è-Mes lui, un Crodino io – leggendo ognuno il proprio giornale.

La ‘mappa’ di mio nonno prevedeva spostamenti verso sinistra. La mia attuale verso destra. Niente politica - solo l’asse sul quale si situano i nostri negozi e locali preferiti. Salvo per la panetteria, i servizi più utili per me sono nella direzione opposta. I primi tempi in cui vivevo qui, non potendomi preparare la colazione in casa, sperimentai tutti i bar della zona alla ricerca del caffè migliore. Su un angolo diverso da quello del caffé scelto da mio nonno, ho trovato il ‘mio’ bar. Col proprietario ormai siamo in confidenza, ci siamo raccontati le nostre storie e ci chiamiamo per nome, sempre mantenendo una gentilezza e una riservatezza ‘sabauda’ – nel loro caso acquisita, nel mio meticcia. Poi ci sono la tabaccheria, con la commessa africana che parla con un accento piemontese più forte del mio, e l'ufficio postale, dal quale partono i miei pacchi per l'altra parte del mondo che tanta perplessità e curiosità suscitano negli impiegati che mi aiutano a spedirli.
Nella notte, infine, in questa zona c’è sempre la certezza di mangiare qualcosa: sull’altro angolo del corso un chiosco dei panini vende salsicce e verdure di dubbia conservazione, ma quando la fame è disperata pure quello va bene. A volte ci vado tornando dai miei giri serali e bevo qualcosa con il gestore, la commessa rumena e i militari in libera uscita della caserma di fronte. Lascio parlare ciascuno a ruota libera, ascolto pezzi di vita e in qualche modo sono felice della diversità che mi ritrovo anche sotto casa. Talvolta questi ragazzi mi accompagnano fino al portone. In altri casi sono da sola e cammino rasente i muri dell’azienda telefonica, nei cui anfratti si riparano con scatoloni e coperte i senzatetto.
Il mio ritorno è protetto in ogni caso: dalle telecamere di sorveglianza, da vicini affettuosi quanto poco riservati, dai mille occhi dietro le tende e le finestre di vecchiette incapaci di dormire – nuovi ‘amici’, nuovi angeli custodi.

15/12/07

Etnografia dello spazio urbano I - La nuova casa, un’atmosfera famigliare, il palazzo di fronte

Sono venuta ad abitare qui nell’agosto del 2004. L’alloggio è quello dei miei nonni, ristrutturato a mia misura per farne la MIA casa, quella alla quale poter tornare periodicamente - nel resto della vita - qualsiasi scelta, viaggio, spostamento temporaneo avessi deciso di fare.
Non abitavo qui nel periodo in cui ci vivevano i miei nonni, ma l’odore delle pietanze preparate per pranzo è qualcosa rimasto invariato da trenta anni e suona famigliare e protettivo alle mie narici. Questa è la ragione per la quale in questa casa mi sento così al sicuro e tranquilla – rispetto alla casa precedente in cui la sensazione di estraneità e pericolo erano costanti.
Un’altra ragione di questa nuova (vecchia) sensazione è sicuramente dovuta alla struttura stessa del palazzo, un’ex-casa popolare, come erano tutte quelle presenti in questa zona con le quali condivide la medesima semplice e scarna fisionomia.

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Niente di speciale e tutto molto ‘vicino’. Tale prossimità ai miei dirimpettai era un’esperienza inedita, quando mi sono trasferita qui: l’alloggio in cui avevo vissuto sino a quel momento era al decimo (ultimo) piano e non aveva nulla intorno – solo il vuoto – e da lì si vedevano le colline da un lato e le montagne dall’altro.
Ora avevo dei vicini! Cominciai a chiedermi chi fossero e come vivessero. La mia curiosità antropologica e il mio desiderio di osservare e immaginare vennero profondamente stimolati, ma d’altra parte, essendo a mia volta persona riservata, mi fermai a pochi dettagli e non indagai oltre.

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Verificai che la mia dirimpettaia, dall’altro lato della strada al medesimo piano, era una ragazza straniera – desumevo ciò dai suoi tratti somatici – ma non compresi subito la sua origine culturale. Nell’appartamento sotto il suo c’era invece una ragazza visibilmente orientale, che passava la maggior parte del tempo a lavare, stendere, bagnare i fiori e telefonare. Provai infine un'invidia pazzesca per le piante di quelli che vivevano al secondo piano del medesimo palazzo, che erano riusciti a rendere il loro balcone una ricchissima serra.

Iniziai a vivere qui nel momento in cui cominciai la scrittura della tesi di dottorato. Al tempo era ‘abitabile’ solo la camera da letto e il bagno, anche se in questo non c’era ancora l’acqua calda (ed essendo estate ciò non rappresentava un problema). Il mio tempo lo passavo interamente al computer nell’area studio della camera - di fronte alla quale c’era appunto quest'altro palazzo.

Tenevo le finestre aperte e il pomeriggio il sole colpiva in pieno la zona notte, riscaldandola ulteriormente. Conobbi ‘a distanza’, e con profondo disappunto, il ragazzino adolescente del terzo piano (sempre nel palazzo di fronte), il quale – approfittando dell’assenza dei genitori – passava i pomeriggi ad ascoltare la radio al massimo volume, riempiendo questa piccola via di soli quattro numeri civici della peggiore musica commerciale in circolazione. Le maledizioni e le minacce di chiamare le forze dell’ordine che puntualmente lo raggiungevano dai diversi balconi nei pomeriggi afosi mi permisero di conoscere i volti di metà degli abitanti di queste case – ciascuno con la propria modalità di comunicazione verbale e imprecazione. Era tutto molto ‘folk’.

Ero entusiasta d’avere finalmente uno spazio mio. Immaginavo che sarei stata finalmente disordinata e caotica come – di fatto – sono, ma alla fine diventai maniacale e ordinatissima, come un animale che protegge la sua tana.

Scrivevo tutto il giorno e a metà del pomeriggio mi concedevo una merenda o un the. Le mie pause coincidevano con quelle della mia dirimpettaia straniera, la quale ogni tanto andava sul balcone a fumarsi una sigaretta. Cominciammo a vederci così, e inizialmente ci sorridevamo e basta. Poi, man mano che ci abituammo a incontrarci ‘visivamente’, arrivammo anche a salutarci a voce alta e a chiederci come andasse da una parte all'altra della via – senza mai andare oltre.

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Una sera ci fu un tam-tam televisivo e radiofonico per un atto simbolico nazionale in ricordo della strage di Beslan. La notte tra il 4 e il 5 settembre 2004 - ovvero il giorno dopo questo fatto - echeggiò la proposta di lasciare una candela accesa fuori dalla propria finestra.
Comprai un lumino al supermercato e lo misi sul davanzale interno della camera da letto (temevo che all’esterno una folata di vento lo facesse cadere), lasciando le tapparelle aperte in modo tale che lo si potesse vedere da fuori.
La mia dirimpettaia aveva acceso anche lei la sua candela e fui felice di vedere che una persona migrante, ormai residente qui, aveva partecipato come me alla commemorazione delle vittime di un accadimento entrato nell’immaginario collettivo di quel momento.
Quella sera sentii nuovamente che questa casa era finalmente la mia ‘casa’ - il luogo al quale tornare.
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