La povertà regnava (e regna) sovrana e la si poteva riconoscere con qualsiasi organo di senso. Dalla finestra si scorgono ancora adesso balconi pieni di cianfrusaglie ivi depositate in tempi remoti e dimenticate, protette da tele cerate a mo’ di tende che sbattono con un rumore accartocciato e sordo nelle luminose giornate di vento. In estete voci dialettali e voci straniere si mescolano a odori di fritto e di sugo di pomodoro per entrare in casa e ricordarti che quello è il tuo rifugio, ma che non sei mai solo – qualsiasi cosa ti possa accadere.
Per mia nonna questo alloggio era il suo regno, conquistato a fatica e segno del ‘benessere’ raggiunto con il lavoro e il risparmio. Ben diverso da come è oggi - dopo che vi ho messo le mani io trasformandolo nello spazio di una professionista 35enne – aveva ai miei occhi di bambina un aspetto datato, triste e un po’ stantio, pur se mia nonna passava il tempo a tirarlo a lucido. L’aria dimessa dell’appartamento era comune a tutto il palazzo. Bianche le pareti degli alloggi, in legno i mobili a esclusione di quelli in plastica della cucina. Allo stesso modo, bianche erano le pareti delle scale, in marmo i gradini, in legno il mancorrente. Giallina pallida la facciata esterna. Nulla doveva risaltare, nessun cambiamento era possibile: poveri eravamo e poveri dovevamo rimanere.
Ignoro come passammo dall’essere inquilini di casa popolare – grazie a quella subdola matrona di mia nonna che aveva trafficato attraverso un prete per entrare nella graduatoria degli aventi diritto – a proprietari dell’alloggio in questione. So che piano piano tutti i vari inquilini dei vari alloggi riuscirono anch’essi ad acquistarli o a farli acquistare da fratelli, sorelle, nipoti così da creare (salvo per quanto riguarda noi, dato che nel nostro caso la famiglia è sempre stata composta da quattro gatti) una trama di relazioni così che ancora oggi anziché telefonarsi o andarsi a fare visita si aggiornano quotidianamente sulle reciproche condizioni di salute urlando da balcone a balcone.
L’euforia ristrutturante attraversò come una scossa elettrica la tromba delle scale e a questo punto i condomini ripresero il vecchio progetto sino a quel momento accantonato di installare finalmente un ascensore, rosicando qualche centimetro a quattro piani di gradini. E così fu. Uno scafandro di non particolare bellezza salvò le gambe e i polmoni di quelli che invecchiavano e destò una rinnovata gioia nei neopensionati che, forse in cerca di nuove battaglie, proposero di riverniciare la tromba delle scale e, di già che c’erano, cambiare il vecchio portone d’ingresso – invero molto buio – con uno nuovo, anch’esso in legno, ma dotato di aperture vetrate per lasciar passare la luce. Si fece anche quello.
Il fervore e l’orgoglio dell’appartenenza a – e del possesso di – uno spazio che pur nella sua modestia diventava sempre più gradevole aprì all’impegno individuale a svuotare le aree comuni delle cantine dalle macerie abbandonate nel tempo, passando attraverso i rimbrotti a chi parcheggiava temporaneamente passeggini o biciclette nel piccolo androne e alla critica alla pulizia sommaria del condominio da parte dell’impresa scelta dall’amministratore. Insomma: i condomini si rivelavano sempre più attenti, gelosi e orgogliosi del palazzo fino a giungere alla decisione di lanciarsi nell’impresa della ristrutturazione delle facciate esterne.