20/02/09

Etnografia dello spazio urbano III - Povertà, ristrutturazioni, la 'nostra' casa

All’inizio era un complesso di case popolari. Edificate negli anni ’50, i criteri estetici che ne erano alla base avevano fatto esclamare a un’amica bulgara “Sembrano proprio casa mia!”. Gli isolati si ripetevano uguali, composti di edifici squadrati di quattro piani che richiudevano al loro interno cortili in terra battuta adibita a improprio e spartano parcheggio. Nessun bambino vi avrebbe mai potuto giocare.
La povertà regnava (e regna) sovrana e la si poteva riconoscere con qualsiasi organo di senso. Dalla finestra si scorgono ancora adesso balconi pieni di cianfrusaglie ivi depositate in tempi remoti e dimenticate, protette da tele cerate a mo’ di tende che sbattono con un rumore accartocciato e sordo nelle luminose giornate di vento. In estete voci dialettali e voci straniere si mescolano a odori di fritto e di sugo di pomodoro per entrare in casa e ricordarti che quello è il tuo rifugio, ma che non sei mai solo – qualsiasi cosa ti possa accadere.

Per mia nonna questo alloggio era il suo regno, conquistato a fatica e segno del ‘benessere’ raggiunto con il lavoro e il risparmio. Ben diverso da come è oggi - dopo che vi ho messo le mani io trasformandolo nello spazio di una professionista 35enne – aveva ai miei occhi di bambina un aspetto datato, triste e un po’ stantio, pur se mia nonna passava il tempo a tirarlo a lucido. L’aria dimessa dell’appartamento era comune a tutto il palazzo. Bianche le pareti degli alloggi, in legno i mobili a esclusione di quelli in plastica della cucina. Allo stesso modo, bianche erano le pareti delle scale, in marmo i gradini, in legno il mancorrente. Giallina pallida la facciata esterna. Nulla doveva risaltare, nessun cambiamento era possibile: poveri eravamo e poveri dovevamo rimanere.


Ignoro come passammo dall’essere inquilini di casa popolare – grazie a quella subdola matrona di mia nonna che aveva trafficato attraverso un prete per entrare nella graduatoria degli aventi diritto – a proprietari dell’alloggio in questione. So che piano piano tutti i vari inquilini dei vari alloggi riuscirono anch’essi ad acquistarli o a farli acquistare da fratelli, sorelle, nipoti così da creare (salvo per quanto riguarda noi, dato che nel nostro caso la famiglia è sempre stata composta da quattro gatti) una trama di relazioni così che ancora oggi anziché telefonarsi o andarsi a fare visita si aggiornano quotidianamente sulle reciproche condizioni di salute urlando da balcone a balcone.


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L’alloggio al secondo piano venne ‘rinfrescato’ alcuni anni fa. Poi io buttai giù le pareti del mio e colorai in lilla e bordeaux il mio ‘castello’ (così lo chiamarono gli altri inquilini del palazzo che videro passare per settimane piastrelle, palchetti in legno, sanitari nuovi e mobili IKEA comprati appositamente). Infine anche al piano rialzato il giovane proprietario buttò giù parte delle pareti e si lanciò nel dipingere quelle rimanenti in viola e verde acqua.
L’euforia ristrutturante attraversò come una scossa elettrica la tromba delle scale e a questo punto i condomini ripresero il vecchio progetto sino a quel momento accantonato di installare finalmente un ascensore, rosicando qualche centimetro a quattro piani di gradini. E così fu. Uno scafandro di non particolare bellezza salvò le gambe e i polmoni di quelli che invecchiavano e destò una rinnovata gioia nei neopensionati che, forse in cerca di nuove battaglie, proposero di riverniciare la tromba delle scale e, di già che c’erano, cambiare il vecchio portone d’ingresso – invero molto buio – con uno nuovo, anch’esso in legno, ma dotato di aperture vetrate per lasciar passare la luce. Si fece anche quello.

Il fervore e l’orgoglio dell’appartenenza a – e del possesso di – uno spazio che pur nella sua modestia diventava sempre più gradevole aprì all’impegno individuale a svuotare le aree comuni delle cantine dalle macerie abbandonate nel tempo, passando attraverso i rimbrotti a chi parcheggiava temporaneamente passeggini o biciclette nel piccolo androne e alla critica alla pulizia sommaria del condominio da parte dell’impresa scelta dall’amministratore. Insomma: i condomini si rivelavano sempre più attenti, gelosi e orgogliosi del palazzo fino a giungere alla decisione di lanciarsi nell’impresa della ristrutturazione delle facciate esterne.


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Anni addietro, su una di queste, un tifoso granata aveva scritto “Tororo” (?) con tanto di corna sulla prima ‘o’ che faceva sorridere benevolmente del suo entusiasmo, che l’aveva portato a raddoppiare la seconda sillaba della sua squadra del cuore, chiunque leggesse. Un ponteggio mobile ora lo cancellava e, pur rimanendo l’obbligo di sostituire il color canarino precedente con un’altra anonima vernice gialla, ci prendemmo la libertà di darne tante mani da renderla quasi un ocra. In un guizzo estremo di fantasia e presunzione, infine, facemmo installare tubature per lo scolo dell’acqua piovana in rame all’esterno del palazzo e quando fu libero dai ponteggi a guardarlo dalla strada concordammo soddisfatti che il lavoro era venuto proprio bene. Ci montammo la testa affermando che "aveva qualcosa del Beaubourg" e da quel momento in poi ci sentimmo davvero ricchi.

04/12/08

Identità in scena. Etnografia del caso AlmaTeatro (1993-2003)

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Cristina Balma Tivola [2008]

Identità in scena. Etnografia del caso AlmaTeatro (1993-2003)
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Roma. Aracne


Rapporti nuovi, e non estetiche o contenuti nuovi invadono l’habitat identificabile del teatro, occupandone le periferie e inserendosi in posti e ambiti prima impensabili.
Non è un “altro teatro” che nasce.
Altre situazioni cominciano ad essere chiamate teatro.
La necessità personale diventa azione, varca i confini e si addentra nella storia.
[Eugenio Barba]


Nell’autunno del 1995 un’associazione culturale che frequentavo organizzò alcune giornate di incontro tra italiani e migranti. Una di quelle sere venne anche proposto uno spettacolo teatrale relativo alla condizione delle donne nel contesto della migrazione: tale spettacolo era
Righibé, allestito da una compagnia interculturale di sole donne – l’AlmaTeatro. La mia ricerca sull’attività di questa compagnia è cominciata un paio d’anni dopo, nella seconda metà del 1997, e si è sviluppata sino a tutto il 2003, abbracciando pertanto quasi sette anni di esperienze ed eventi nella storia di questa realtà, così come di cambiamenti sostanziali sia interni a essa (nella composizione del gruppo, nella percezione di sé da parte delle protagoniste, nelle relazioni con le altre attrici/registe, nella concezione del proprio ruolo, nella scelta delle tematiche da approfondire e/ nei modi in cui portarle in scena), sia esterni (nel rapporto con le istituzioni locali, con altre esperienze/realtà teatrali – non solo interculturali – e/o con la società italiana). In particolare, il mio primo periodo di ricerca sul campo comincia nella primavera del 1997 e si protrae fino a luglio del 1999. Un secondo periodo di frequentazione mi vede invece impegnata a seguire le attività di AlmaTeatro nel corso del lavoro di ricerca del dottorato, tra l’ottobre del 2001 e il dicembre 2003.
Nel corso degli anni di ricerca sul campo ho partecipato in maniera continuativa alla vita collettiva di AlmaTeatro, sebbene mi fosse di fatto impossibile frequentare contemporaneamente tutte le attività (produzione di spettacoli propri, ricerca su tematiche specifiche, didattica dell’intercultura attraverso l’azione teatrale, conduzione di laboratori sul territorio ecc.) in cui è solitamente impegnata la compagnia. Il mio obiettivo è stato quello di verificare interessi, obiettivi e modus operandi di un teatro interessato ad agire interculturalmente nel contesto delle interazioni e dei processi culturali propri della società contemporanea e – nel perseguire tale scopo – ho analizzato il caso di una specifica realtà teatrale, nata e sviluppatasi in Italia, le cui componenti sono di diversa origine/appartenenza culturale, ma di comune identità di genere. Il mio interesse nei confronti di AlmaTeatro è legato alla modalità particolare con cui vengono concepiti dalle protagoniste stesse dell’esperienza i contenuti sviluppati e approfonditi negli spettacoli (piano della riflessione socioculturale) e il lavoro di messa in scena di questi (piano del lavoro artistico e dell’intervento socioculturale) – entrambi, a mio avviso, originali e ancora attuali.
Questo lavoro ruota intorno alla questione dell’identità, che nel caso di AlmaTeatro prevede una declinazione di genere e una declinazione culturale, un piano individuale e uno collettivo, un contesto extrateatrale di riflessione/elaborazione di contenuti e un contesto teatrale di proposta e restituzione in scena dei medesimi. Il primo capitolo fornisce alcuni spunti sul processo culturale nelle società contemporanee rispetto al quale si situa l’azione della compagnia e del teatro interculturale più in generale. Qui le intersezioni di immaginari e alterità alla base dell’organizzazione culturale di quello che Hannerz definisce l’“ecomune globale”, provocano cambiamenti nella costruzione e collocazione di sé degli individui, nell’elaborazione da parte di questi delle rappresentazioni di sé e dell’“altro” culturale, nelle relazioni che soggiacciono tra gli interlocutori della relazione. Il secondo capitolo presenta un’altra premessa teorica utile per l’interpretazione della realtà che costituisce l’oggetto della presente ricerca: l’analisi del rapporto teatro-società secondo Victor Turner e la trascrizione di alcune ipotesi relative alle possibili classificazioni del “teatro interculturale” inteso come “genere”. Un terzo capitolo è dedicato alla rassegna delle realtà ed esperienze teatrali interculturali presenti in Italia negli ultimi due decenni e delle loro specificità – che vengono altresì verificate in un’analisi comparata di interessi, modalità d’azione e interazioni col mercato.
I capitoli successivi si concentrano sull’analisi della compagnia AlmaTeatro. Nel quarto viene ricostruito il percorso storico della realtà in questione, tanto all’interno della comunità più ampia rappresentata dal Centro Interculturale delle Donne “Alma Mater” (presso il quale ha la propria sede) e dall’Associazione “AlmaTerra” (dalla quale dipende formalmente e con la quale è in costante relazione), quanto all’esterno nella più ampia comunità locale e nazionale), le motivazioni della sua nascita e del suo sviluppo, nonché le sue specificità (culturali, di genere, teatrali) e attività – con una particolare attenzione all’interpretazione (antropologica e teatrale) degli spettacoli, essendo l’attività performativa quella che costituisce l’ambito di espressione “sovrano” della sua esistenza. Il quinto capitolo illustra la situazione al momento della chiusura del mio lavoro sul campo, verificando la questione delle relazioni (anche di potere) che intercorrono nella compagnia e il rapporto di questa col “mercato” esterno. Il sesto capitolo approfondisce il trattamento della “questione identitaria” negli spettacoli e nelle discussioni di AlmaTeatro, analizzando il modo in cui vengono concepite e rielaborate – sia dalle singole, sia dalla compagnia – “identità di genere” e “identità/diversità culturale”, così come i modi in cui tali particolari discorsi culturali vengono portati in scena – concludendo la riflessione con l’analisi e interpretazione dei modi in cui il gruppo procede alla propria definizione di sé come collettivo teatrale.
Il capitolo conclusivo, infine, mette in relazione l’attività, i problemi e le relazioni esperiti in AlmaTeatro con il processo del “discorso interculturale” proprio delle società multiculturali contemporanee. La questione interculturale è ancora trattata in Italia come una questione d’emergenza: come tale viene dipinta dai media – nonostante i dati confermino che l’immigrazione nel nostro Paese sia un fenomeno ormai strutturale – e con gli strumenti dell’emergenza vi si reagisce a livello legislativo e comunicativo, innescando un circolo vizioso di errori interpretativi e allarmismi ingiustificati. "Mi chiedi se riusciamo a cambiare le cose?... Noi ci proviamo", mi rispose un giorno un'attrice di ALmaTeatro. Il mio lavoro di ricerca presso la compagnia è stato l’indagine di questo tentativo. E, a mia volta, attraverso questa ricerca, ho dato risposte – soggettive, parziali, transitorie – agli interrogativi relativi alle ragioni che costituiscono il fondamento della mia stessa partecipazione al processo culturale.

06/01/08

Etnografia dello spazio urbano II – La mia ‘mappa cognitiva’, negozi, nuovi ‘amici’

Cambiare casa e andare a vivere in un’altra città, o anche solo in un altro quartiere, significa dover sviluppare una nuova ‘mappa’ di punti di riferimento necessari per le attività fondamentali dell’esistenza quotidiana. E per conoscere un posto nuovo per me non c’è modo migliore di camminarci dentro - sentendone odori e suoni.

I primi giorni in cui abitavo nella casa nuova la mia esplorazione del quartiere si fermava a brevi puntate verso la latteria e la panetteria. La latteria era un negozio d’altri tempi con due porte di ingresso. Una apriva sul lato bar, dove un semplice bancone con la macchina del caffè, un tavolo con la tovaglia a quadri bianca e rossa e quattro sedie ospitavano anziani clienti al mattino e muratori e operai all’ora di pranzo. L’altra porta apriva sulla latteria vera e propria, un ambiente piccolo con uno scaffale refrigerato per i latticini. A fianco della latteria, una panetteria con il forno annesso aveva un aspetto decisamente più moderno, ma anche standardizzato - con il mobilio in legno chiaro grezzo. Una volta questo negozio era più piccolo e i prodotti si ammucchiavano in un caldo e denso disordine. Mio nonno, ogni Natale, comperava qui il pandoro e non perdeva mai l’occasione di acquistare anche un paio di numeri della ‘lotteria della panetteria’ – un’iniziativa che illustra bene la dimensione ‘locale’ della quale sto parlando. Le nostre vincite, in questo caso, si limitavano a una bottiglia di spumante di qualche marca di media qualità.


Come me - e con me - mio nonno paterno amava camminare. Mi prendeva per mano - avevo sei/sette anni - e mi portava in giro nel suo tentativo quotidiano di prendersi qualche ora d’aria da mia nonna. Compravamo per lo più in panetteria: mio nonno si faceva mettere da parte il pane e altre cose, pagava e vi lasciava le borse in consegna per poi riprenderla al ritorno. Poi proseguivamo fino dal giornalaio - un tifoso sfegatato del Torino come tutta la mia famiglia – dove chiedevamo
La Stampa e a me, se era già uscito, Topolino. La gestione dell’edicola oggi cambia in continuazione e ogni sabato che mi permetto l’acquisto de La Repubblica non so mai se la troverò aperta o chiusa.

Nelle passeggiate di un tempo la tappa successiva era dalla verduriera, dove gli acquisti terminavano. Ultimamente, una sera, sono entrata in questo negozio alla ricerca di un limone e, appena varcata la soglia, mi ha investito l’odore che c’era già trent’anni fa – odore di mobili vecchi, conserva di pomodoro fatta in casa, cassette di cipolle. Mio nonno, con la sua cortesia piemontese, si intratteneva a lungo a parlare con lei (così come con tutte le commesse e le signore del vicinato, a dire il vero), per poi cercare di nuovo la mia mano e riprendere poco convinto la strada di casa.

Camminava molto, molto, molto lentamente e quasi sempre mi faceva giocare ancora una mezz’ora nei giardini davanti al giornalaio, per poi fermarci ulteriormente al bar dell’angolo, dove prendevamo l’aperitivo – un Punt-è-Mes lui, un Crodino io – leggendo ognuno il proprio giornale.

La ‘mappa’ di mio nonno prevedeva spostamenti verso sinistra. La mia attuale verso destra. Niente politica - solo l’asse sul quale si situano i nostri negozi e locali preferiti. Salvo per la panetteria, i servizi più utili per me sono nella direzione opposta. I primi tempi in cui vivevo qui, non potendomi preparare la colazione in casa, sperimentai tutti i bar della zona alla ricerca del caffè migliore. Su un angolo diverso da quello del caffé scelto da mio nonno, ho trovato il ‘mio’ bar. Col proprietario ormai siamo in confidenza, ci siamo raccontati le nostre storie e ci chiamiamo per nome, sempre mantenendo una gentilezza e una riservatezza ‘sabauda’ – nel loro caso acquisita, nel mio meticcia. Poi ci sono la tabaccheria, con la commessa africana che parla con un accento piemontese più forte del mio, e l'ufficio postale, dal quale partono i miei pacchi per l'altra parte del mondo che tanta perplessità e curiosità suscitano negli impiegati che mi aiutano a spedirli.
Nella notte, infine, in questa zona c’è sempre la certezza di mangiare qualcosa: sull’altro angolo del corso un chiosco dei panini vende salsicce e verdure di dubbia conservazione, ma quando la fame è disperata pure quello va bene. A volte ci vado tornando dai miei giri serali e bevo qualcosa con il gestore, la commessa rumena e i militari in libera uscita della caserma di fronte. Lascio parlare ciascuno a ruota libera, ascolto pezzi di vita e in qualche modo sono felice della diversità che mi ritrovo anche sotto casa. Talvolta questi ragazzi mi accompagnano fino al portone. In altri casi sono da sola e cammino rasente i muri dell’azienda telefonica, nei cui anfratti si riparano con scatoloni e coperte i senzatetto.
Il mio ritorno è protetto in ogni caso: dalle telecamere di sorveglianza, da vicini affettuosi quanto poco riservati, dai mille occhi dietro le tende e le finestre di vecchiette incapaci di dormire – nuovi ‘amici’, nuovi angeli custodi.

25/12/07

Video "Identità culturale" online

Disponibile da oggi su YouTube il mio video Identità culturale, realizzato nel 2003 e ispirato a Lo studio dell'uomo di Ralph Linton.

Il tema dell’identità culturale è oggi al centro delle riflessioni in diversi ambiti della ricerca sociale. In un mondo in corso di globalizzazione economica e culturale, in cui gli stessi ricercatori sociali si trovano su interpretazioni distanti se non contrapposte, si sentono frequentemente nazioni, comunità, popolazioni rivendicare il diritto alla propria identità etnica e culturale, si vedono simboli, abitudini e valori accorpati per distinguere certi gruppi da altri, si cercano origini e legami col territorio che giustifichino la purezza di una ‘stirpe’ arrivando, nei casi più estremi, all’invenzione della tradizione.

Di fronte a una situazione del genere esiste di fatto uno ‘scollamento’ tra la dimensione dell’esperienza della realtà quotidiana e la dimensione della riflessione che i ricercatori, preposti a fare ciò, operano su tale esperienza e tale frattura porta le persone che vivono l’una o l’altra delle due dimensioni a ‘perdere’ quelle possibilità di conoscenza e comunicazione reciproca sulla realtà che sarebbero prioritarie e sostanziali per l’esistenza di entrambe.

Un giorno, mentre leggevo
Lo studio dell’uomo di Ralph Linton, pensai che se quei contenuti sociali e culturali ‘seri’ fossero stati espressi in forma di gioco visivo, forse anche spettatori abituati a percezioni veloci e ‘leggere’ come quelle di videoclip e spot pubblicitari si sarebbero soffermati a seguire il gioco proposto e così, inconsciamente, ad apprendere un contenuto complesso e soprattutto a ri-conoscere sotto un’altra luce ciò che già vivono abitualmente.





Linton scriveva a proposito dell’uomo ‘occidentale’, ma dalla prima edizione del suo lavoro sono passati decenni. Ciò che egli sottolineava allora è oggi applicabile alla grande maggioranza della popolazione mondiale, pur se con le declinazioni locali di elementi, gusti, lingue, abitudini. Il testo di Linton, come anche riflessioni più recenti elaborate da altri autori (si pensi ad Appadurai, Amselle, Hennerz, Clifford), discute dell’identità etnica e culturale del singolo nelle società complesse contemporanee, dimostrando come le nostre identità siano in realtà frutto di secoli di mescolanze di lingue, costumi, fedi religiose, politiche, arti espressive ed estetiche, quando non più semplicemente adozione dall’esterno di oggetti d’uso comune e quotidiano.

Il mio tentativo è stato quello di trovare una nuova forma espressiva a tale comunicazione, una forma espressiva che permettesse a tutti le persone che abitano in questo mondo - indipendentemente dai livelli di competenza nell’analizzarne le dinamiche - di riconoscere alcune caratteristiche della propria vita quotidiana come frutto di ibridazioni e quindi promuovesse in loro una maggiore apertura alla diversità e al dialogo tra reciproci ‘altri’ che la storia dell’uomo ha già provveduto in passato a non essere così distanti e così ‘irriducibili’ reciprocamente.

15/12/07

Etnografia dello spazio urbano I - La nuova casa, un’atmosfera famigliare, il palazzo di fronte

Sono venuta ad abitare qui nell’agosto del 2004. L’alloggio è quello dei miei nonni, ristrutturato a mia misura per farne la MIA casa, quella alla quale poter tornare periodicamente - nel resto della vita - qualsiasi scelta, viaggio, spostamento temporaneo avessi deciso di fare.
Non abitavo qui nel periodo in cui ci vivevano i miei nonni, ma l’odore delle pietanze preparate per pranzo è qualcosa rimasto invariato da trenta anni e suona famigliare e protettivo alle mie narici. Questa è la ragione per la quale in questa casa mi sento così al sicuro e tranquilla – rispetto alla casa precedente in cui la sensazione di estraneità e pericolo erano costanti.
Un’altra ragione di questa nuova (vecchia) sensazione è sicuramente dovuta alla struttura stessa del palazzo, un’ex-casa popolare, come erano tutte quelle presenti in questa zona con le quali condivide la medesima semplice e scarna fisionomia.

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Niente di speciale e tutto molto ‘vicino’. Tale prossimità ai miei dirimpettai era un’esperienza inedita, quando mi sono trasferita qui: l’alloggio in cui avevo vissuto sino a quel momento era al decimo (ultimo) piano e non aveva nulla intorno – solo il vuoto – e da lì si vedevano le colline da un lato e le montagne dall’altro.
Ora avevo dei vicini! Cominciai a chiedermi chi fossero e come vivessero. La mia curiosità antropologica e il mio desiderio di osservare e immaginare vennero profondamente stimolati, ma d’altra parte, essendo a mia volta persona riservata, mi fermai a pochi dettagli e non indagai oltre.

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Verificai che la mia dirimpettaia, dall’altro lato della strada al medesimo piano, era una ragazza straniera – desumevo ciò dai suoi tratti somatici – ma non compresi subito la sua origine culturale. Nell’appartamento sotto il suo c’era invece una ragazza visibilmente orientale, che passava la maggior parte del tempo a lavare, stendere, bagnare i fiori e telefonare. Provai infine un'invidia pazzesca per le piante di quelli che vivevano al secondo piano del medesimo palazzo, che erano riusciti a rendere il loro balcone una ricchissima serra.

Iniziai a vivere qui nel momento in cui cominciai la scrittura della tesi di dottorato. Al tempo era ‘abitabile’ solo la camera da letto e il bagno, anche se in questo non c’era ancora l’acqua calda (ed essendo estate ciò non rappresentava un problema). Il mio tempo lo passavo interamente al computer nell’area studio della camera - di fronte alla quale c’era appunto quest'altro palazzo.

Tenevo le finestre aperte e il pomeriggio il sole colpiva in pieno la zona notte, riscaldandola ulteriormente. Conobbi ‘a distanza’, e con profondo disappunto, il ragazzino adolescente del terzo piano (sempre nel palazzo di fronte), il quale – approfittando dell’assenza dei genitori – passava i pomeriggi ad ascoltare la radio al massimo volume, riempiendo questa piccola via di soli quattro numeri civici della peggiore musica commerciale in circolazione. Le maledizioni e le minacce di chiamare le forze dell’ordine che puntualmente lo raggiungevano dai diversi balconi nei pomeriggi afosi mi permisero di conoscere i volti di metà degli abitanti di queste case – ciascuno con la propria modalità di comunicazione verbale e imprecazione. Era tutto molto ‘folk’.

Ero entusiasta d’avere finalmente uno spazio mio. Immaginavo che sarei stata finalmente disordinata e caotica come – di fatto – sono, ma alla fine diventai maniacale e ordinatissima, come un animale che protegge la sua tana.

Scrivevo tutto il giorno e a metà del pomeriggio mi concedevo una merenda o un the. Le mie pause coincidevano con quelle della mia dirimpettaia straniera, la quale ogni tanto andava sul balcone a fumarsi una sigaretta. Cominciammo a vederci così, e inizialmente ci sorridevamo e basta. Poi, man mano che ci abituammo a incontrarci ‘visivamente’, arrivammo anche a salutarci a voce alta e a chiederci come andasse da una parte all'altra della via – senza mai andare oltre.

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Una sera ci fu un tam-tam televisivo e radiofonico per un atto simbolico nazionale in ricordo della strage di Beslan. La notte tra il 4 e il 5 settembre 2004 - ovvero il giorno dopo questo fatto - echeggiò la proposta di lasciare una candela accesa fuori dalla propria finestra.
Comprai un lumino al supermercato e lo misi sul davanzale interno della camera da letto (temevo che all’esterno una folata di vento lo facesse cadere), lasciando le tapparelle aperte in modo tale che lo si potesse vedere da fuori.
La mia dirimpettaia aveva acceso anche lei la sua candela e fui felice di vedere che una persona migrante, ormai residente qui, aveva partecipato come me alla commemorazione delle vittime di un accadimento entrato nell’immaginario collettivo di quel momento.
Quella sera sentii nuovamente che questa casa era finalmente la mia ‘casa’ - il luogo al quale tornare.

25/10/07

Information R/evolution

Mike Wesch, antropologo culturale il cui interesse di ricerca è l'impatto dei nuovi media sull'iterazione umana, già autore del video Web 2.0 The Machine is Us/ing Us visionato online da tre milioni di utenti, presenta ora Information R/evolution, che ripercorre la rivoluzione nella comunicazione operata dal digitale.





Per una panoramica sul lavoro e la ricerca di Wesch e del suo team, vedi il progetto MediatedCultures nel quale sono presenti altri video prodotti su questo tema con approccio etnografico/antropologico ed è illustrata la proposta collaborativa dell'autore per la didattica e la ricerca.
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