04/12/08

Identità in scena. Etnografia del caso AlmaTeatro (1993-2003)

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Cristina Balma Tivola [2008]

Identità in scena. Etnografia del caso AlmaTeatro (1993-2003)
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Roma. Aracne


Rapporti nuovi, e non estetiche o contenuti nuovi invadono l’habitat identificabile del teatro, occupandone le periferie e inserendosi in posti e ambiti prima impensabili.
Non è un “altro teatro” che nasce.
Altre situazioni cominciano ad essere chiamate teatro.
La necessità personale diventa azione, varca i confini e si addentra nella storia.
[Eugenio Barba]


Nell’autunno del 1995 un’associazione culturale che frequentavo organizzò alcune giornate di incontro tra italiani e migranti. Una di quelle sere venne anche proposto uno spettacolo teatrale relativo alla condizione delle donne nel contesto della migrazione: tale spettacolo era
Righibé, allestito da una compagnia interculturale di sole donne – l’AlmaTeatro. La mia ricerca sull’attività di questa compagnia è cominciata un paio d’anni dopo, nella seconda metà del 1997, e si è sviluppata sino a tutto il 2003, abbracciando pertanto quasi sette anni di esperienze ed eventi nella storia di questa realtà, così come di cambiamenti sostanziali sia interni a essa (nella composizione del gruppo, nella percezione di sé da parte delle protagoniste, nelle relazioni con le altre attrici/registe, nella concezione del proprio ruolo, nella scelta delle tematiche da approfondire e/ nei modi in cui portarle in scena), sia esterni (nel rapporto con le istituzioni locali, con altre esperienze/realtà teatrali – non solo interculturali – e/o con la società italiana). In particolare, il mio primo periodo di ricerca sul campo comincia nella primavera del 1997 e si protrae fino a luglio del 1999. Un secondo periodo di frequentazione mi vede invece impegnata a seguire le attività di AlmaTeatro nel corso del lavoro di ricerca del dottorato, tra l’ottobre del 2001 e il dicembre 2003.
Nel corso degli anni di ricerca sul campo ho partecipato in maniera continuativa alla vita collettiva di AlmaTeatro, sebbene mi fosse di fatto impossibile frequentare contemporaneamente tutte le attività (produzione di spettacoli propri, ricerca su tematiche specifiche, didattica dell’intercultura attraverso l’azione teatrale, conduzione di laboratori sul territorio ecc.) in cui è solitamente impegnata la compagnia. Il mio obiettivo è stato quello di verificare interessi, obiettivi e modus operandi di un teatro interessato ad agire interculturalmente nel contesto delle interazioni e dei processi culturali propri della società contemporanea e – nel perseguire tale scopo – ho analizzato il caso di una specifica realtà teatrale, nata e sviluppatasi in Italia, le cui componenti sono di diversa origine/appartenenza culturale, ma di comune identità di genere. Il mio interesse nei confronti di AlmaTeatro è legato alla modalità particolare con cui vengono concepiti dalle protagoniste stesse dell’esperienza i contenuti sviluppati e approfonditi negli spettacoli (piano della riflessione socioculturale) e il lavoro di messa in scena di questi (piano del lavoro artistico e dell’intervento socioculturale) – entrambi, a mio avviso, originali e ancora attuali.
Questo lavoro ruota intorno alla questione dell’identità, che nel caso di AlmaTeatro prevede una declinazione di genere e una declinazione culturale, un piano individuale e uno collettivo, un contesto extrateatrale di riflessione/elaborazione di contenuti e un contesto teatrale di proposta e restituzione in scena dei medesimi. Il primo capitolo fornisce alcuni spunti sul processo culturale nelle società contemporanee rispetto al quale si situa l’azione della compagnia e del teatro interculturale più in generale. Qui le intersezioni di immaginari e alterità alla base dell’organizzazione culturale di quello che Hannerz definisce l’“ecomune globale”, provocano cambiamenti nella costruzione e collocazione di sé degli individui, nell’elaborazione da parte di questi delle rappresentazioni di sé e dell’“altro” culturale, nelle relazioni che soggiacciono tra gli interlocutori della relazione. Il secondo capitolo presenta un’altra premessa teorica utile per l’interpretazione della realtà che costituisce l’oggetto della presente ricerca: l’analisi del rapporto teatro-società secondo Victor Turner e la trascrizione di alcune ipotesi relative alle possibili classificazioni del “teatro interculturale” inteso come “genere”. Un terzo capitolo è dedicato alla rassegna delle realtà ed esperienze teatrali interculturali presenti in Italia negli ultimi due decenni e delle loro specificità – che vengono altresì verificate in un’analisi comparata di interessi, modalità d’azione e interazioni col mercato.
I capitoli successivi si concentrano sull’analisi della compagnia AlmaTeatro. Nel quarto viene ricostruito il percorso storico della realtà in questione, tanto all’interno della comunità più ampia rappresentata dal Centro Interculturale delle Donne “Alma Mater” (presso il quale ha la propria sede) e dall’Associazione “AlmaTerra” (dalla quale dipende formalmente e con la quale è in costante relazione), quanto all’esterno nella più ampia comunità locale e nazionale), le motivazioni della sua nascita e del suo sviluppo, nonché le sue specificità (culturali, di genere, teatrali) e attività – con una particolare attenzione all’interpretazione (antropologica e teatrale) degli spettacoli, essendo l’attività performativa quella che costituisce l’ambito di espressione “sovrano” della sua esistenza. Il quinto capitolo illustra la situazione al momento della chiusura del mio lavoro sul campo, verificando la questione delle relazioni (anche di potere) che intercorrono nella compagnia e il rapporto di questa col “mercato” esterno. Il sesto capitolo approfondisce il trattamento della “questione identitaria” negli spettacoli e nelle discussioni di AlmaTeatro, analizzando il modo in cui vengono concepite e rielaborate – sia dalle singole, sia dalla compagnia – “identità di genere” e “identità/diversità culturale”, così come i modi in cui tali particolari discorsi culturali vengono portati in scena – concludendo la riflessione con l’analisi e interpretazione dei modi in cui il gruppo procede alla propria definizione di sé come collettivo teatrale.
Il capitolo conclusivo, infine, mette in relazione l’attività, i problemi e le relazioni esperiti in AlmaTeatro con il processo del “discorso interculturale” proprio delle società multiculturali contemporanee. La questione interculturale è ancora trattata in Italia come una questione d’emergenza: come tale viene dipinta dai media – nonostante i dati confermino che l’immigrazione nel nostro Paese sia un fenomeno ormai strutturale – e con gli strumenti dell’emergenza vi si reagisce a livello legislativo e comunicativo, innescando un circolo vizioso di errori interpretativi e allarmismi ingiustificati. "Mi chiedi se riusciamo a cambiare le cose?... Noi ci proviamo", mi rispose un giorno un'attrice di ALmaTeatro. Il mio lavoro di ricerca presso la compagnia è stato l’indagine di questo tentativo. E, a mia volta, attraverso questa ricerca, ho dato risposte – soggettive, parziali, transitorie – agli interrogativi relativi alle ragioni che costituiscono il fondamento della mia stessa partecipazione al processo culturale.

06/01/08

Etnografia dello spazio urbano II – La mia ‘mappa cognitiva’, negozi, nuovi ‘amici’

Cambiare casa e andare a vivere in un’altra città, o anche solo in un altro quartiere, significa dover sviluppare una nuova ‘mappa’ di punti di riferimento necessari per le attività fondamentali dell’esistenza quotidiana. E per conoscere un posto nuovo per me non c’è modo migliore di camminarci dentro - sentendone odori e suoni.

I primi giorni in cui abitavo nella casa nuova la mia esplorazione del quartiere si fermava a brevi puntate verso la latteria e la panetteria. La latteria era un negozio d’altri tempi con due porte di ingresso. Una apriva sul lato bar, dove un semplice bancone con la macchina del caffè, un tavolo con la tovaglia a quadri bianca e rossa e quattro sedie ospitavano anziani clienti al mattino e muratori e operai all’ora di pranzo. L’altra porta apriva sulla latteria vera e propria, un ambiente piccolo con uno scaffale refrigerato per i latticini. A fianco della latteria, una panetteria con il forno annesso aveva un aspetto decisamente più moderno, ma anche standardizzato - con il mobilio in legno chiaro grezzo. Una volta questo negozio era più piccolo e i prodotti si ammucchiavano in un caldo e denso disordine. Mio nonno, ogni Natale, comperava qui il pandoro e non perdeva mai l’occasione di acquistare anche un paio di numeri della ‘lotteria della panetteria’ – un’iniziativa che illustra bene la dimensione ‘locale’ della quale sto parlando. Le nostre vincite, in questo caso, si limitavano a una bottiglia di spumante di qualche marca di media qualità.


Come me - e con me - mio nonno paterno amava camminare. Mi prendeva per mano - avevo sei/sette anni - e mi portava in giro nel suo tentativo quotidiano di prendersi qualche ora d’aria da mia nonna. Compravamo per lo più in panetteria: mio nonno si faceva mettere da parte il pane e altre cose, pagava e vi lasciava le borse in consegna per poi riprenderla al ritorno. Poi proseguivamo fino dal giornalaio - un tifoso sfegatato del Torino come tutta la mia famiglia – dove chiedevamo
La Stampa e a me, se era già uscito, Topolino. La gestione dell’edicola oggi cambia in continuazione e ogni sabato che mi permetto l’acquisto de La Repubblica non so mai se la troverò aperta o chiusa.

Nelle passeggiate di un tempo la tappa successiva era dalla verduriera, dove gli acquisti terminavano. Ultimamente, una sera, sono entrata in questo negozio alla ricerca di un limone e, appena varcata la soglia, mi ha investito l’odore che c’era già trent’anni fa – odore di mobili vecchi, conserva di pomodoro fatta in casa, cassette di cipolle. Mio nonno, con la sua cortesia piemontese, si intratteneva a lungo a parlare con lei (così come con tutte le commesse e le signore del vicinato, a dire il vero), per poi cercare di nuovo la mia mano e riprendere poco convinto la strada di casa.

Camminava molto, molto, molto lentamente e quasi sempre mi faceva giocare ancora una mezz’ora nei giardini davanti al giornalaio, per poi fermarci ulteriormente al bar dell’angolo, dove prendevamo l’aperitivo – un Punt-è-Mes lui, un Crodino io – leggendo ognuno il proprio giornale.

La ‘mappa’ di mio nonno prevedeva spostamenti verso sinistra. La mia attuale verso destra. Niente politica - solo l’asse sul quale si situano i nostri negozi e locali preferiti. Salvo per la panetteria, i servizi più utili per me sono nella direzione opposta. I primi tempi in cui vivevo qui, non potendomi preparare la colazione in casa, sperimentai tutti i bar della zona alla ricerca del caffè migliore. Su un angolo diverso da quello del caffé scelto da mio nonno, ho trovato il ‘mio’ bar. Col proprietario ormai siamo in confidenza, ci siamo raccontati le nostre storie e ci chiamiamo per nome, sempre mantenendo una gentilezza e una riservatezza ‘sabauda’ – nel loro caso acquisita, nel mio meticcia. Poi ci sono la tabaccheria, con la commessa africana che parla con un accento piemontese più forte del mio, e l'ufficio postale, dal quale partono i miei pacchi per l'altra parte del mondo che tanta perplessità e curiosità suscitano negli impiegati che mi aiutano a spedirli.
Nella notte, infine, in questa zona c’è sempre la certezza di mangiare qualcosa: sull’altro angolo del corso un chiosco dei panini vende salsicce e verdure di dubbia conservazione, ma quando la fame è disperata pure quello va bene. A volte ci vado tornando dai miei giri serali e bevo qualcosa con il gestore, la commessa rumena e i militari in libera uscita della caserma di fronte. Lascio parlare ciascuno a ruota libera, ascolto pezzi di vita e in qualche modo sono felice della diversità che mi ritrovo anche sotto casa. Talvolta questi ragazzi mi accompagnano fino al portone. In altri casi sono da sola e cammino rasente i muri dell’azienda telefonica, nei cui anfratti si riparano con scatoloni e coperte i senzatetto.
Il mio ritorno è protetto in ogni caso: dalle telecamere di sorveglianza, da vicini affettuosi quanto poco riservati, dai mille occhi dietro le tende e le finestre di vecchiette incapaci di dormire – nuovi ‘amici’, nuovi angeli custodi.
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