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14/11/11

Festival dei Popoli: una settimana di documentari!

E la sottoscritta, per la prima volta in anni, ha avuto l'accredito per seguirlo interamente e gratuitamente, eheh! ;-)
La 52esima edizione del Festival dei Popoli è stata inaugurata sabato 12 novembre dall’anteprima di It Might Get Loud di Davis Guggenheim.

La sottoscritta è però arrivata solo oggi e ha cominciato morbidamente, per entrare decisamente nel vivo domani: ho così visto MENSAJERO (2011), film ambientato in Argentina di Martín Solá, che racconta la storia di Rodrigo - messaggero di una comunità della Puña, nel nord dell’Argentina, il quale ha lasciato il suo posto per lavorare in una salina.


09/09/11

The Burning House


La casa brucia, cosa porti con te?
Se la tua casa stesse andando a fuoco, quali oggetti salveresti e porteresti con te? Quali sono le tue priorità - sia emotive, sia concrete?

Foster Huntington vi invita a pensarci, raccogliere tali oggetti, realizzarne una composizione, fotografarli e accompagnarli da una descrizione al sito del progetto
-> The Burning House.



06/06/11

"Bureaucratics" di Jan Banning

Jan Banning è autore del progetto Bureaucratics (2008) ch'egli racconta come realizzato da una persona dal cuore di un anarchico, dalla mente di uno storico e dall'occhio di un artista.
Si tratta di uno studio fotografico comparativo di riti e simboli della cultura delle amministrazioni dello stato civile e dei suoi dipendenti in otto paesi dei cinque continenti, selezionati sulla base di considerazioni poliche, storiche e culturali: Bolivia, Cina, Francia, India, Liberia, Russia , gli Stati Uniti, e Yemen.

07/02/11

Participation Culture, Creativity, and Social Change

Lezione inaugurale di David Gauntlett, professore di Media and Communications alla School of Media, Arts and Design, University of Westminster e autore di Media, Gender and Identity.
Una riflessione interessante e utile. Buona visione! 

02/02/11

Antropologia della visione


Alla vista è sempre stato tributato il posto d’onore tra i sensi nell’entrare in contatto col mondo: dobbiamo solo aprire gli occhi, e il mondo si dipana davanti a noi. Per tale ragione, linguisticamente, ritroviamo ovunque espressioni che mettono in diretto rapporto il processo della visione con quello della conoscenza - si pensi al concetto di “vedere per credere” o al contrario all’“avere il paraocchi”. Il pensiero occidentale si esprime parimenti attraverso metafore visive - nel momento in cui ricorre ad esempio a nozioni di ‘chiarezza’, ‘luce’, ‘prospettiva’, ‘punto di vista’.

Senza bisogno di pensare, la vista ci proietta nel mondo, ove le cose scorrono davanti ai nostri occhi in un flusso continuo - interrotto solo se volontariamente dalla concentrazione su qualcosa di specifico. Eppure gli studi sulla cecità o sul modo in cui vedono i membri di culture ‘altre’ insegnano che vedere non è un’attività naturale: alla nascita il bambino non coglie il significato delle forme che si presentano ai suoi occhi. Egli , piuttosto, acquisisce la competenza a guardare e interpretare ciò che si apre davanti ai suoi occhi nel corso del tempo, mettendo in relazione quelle forme visive con le esperienze e le informazioni che gli derivano dagli altri organi di senso. Per riconoscere qualcosa, la deve in pratica già ‘conoscere’.

In seguito a tale apprendistato, che varia da individuo a individuo in base alle sue particolari esperienze personali nell’arco della propria vita, l’atto di vedere diventa poi un processo automatico, al punto tale d’essere percepito da tutto noi come ‘naturale’ pur se non lo è. Se quindi nella vita quotidiana ci sembra che il mondo visivo si apra a noi in modo continuo, nel momento stesso in cui noi ‘vediamo’ stiamo già guardando - ovvero mettendo a fuoco particolari piuttosto che altri, e nutrendo aspettative rispetto a ciò che verrà dopo, o alle informazioni che ci servono per completare la percezione di un oggetto.

Lo sguardo è un’attività produttiva e creatrice di senso (ancorché inconscia), che cerca di capire e comprendere attraverso il confronto tra la propria attività, le informazioni che giungono dagli altri sensi (spostandoci per esempio nello spazio, o allungando una mano per valutare la distanza o le qualità dell’oggetto che vediamo, per spostarlo, per comprendere come è fatto) e il ricordo - ovvero le precedenti esperienze analoghe di personale ‘appropriazione’ visiva del mondo. Lungi dall’essere innocente, esso “arriva di fronte alle cose con una storia, una cultura, un inconscio. L’occhio appartiene a un soggetto. Radicato al corpo e agli altri, non riflette il mondo, lo ricostruisce con le sue rappresentazioni” (David Le Breton).

29/01/11

Differenze culturali nella percezione cognitiva (Lisa Wade)

Ve ne offro una veloce traduzione, con in fondo una piccola, velocissima considerazione da antropologa visiva.
Sembra ovvio che le percezioni cognitive di base non dovrebbero variare da società a società. Il che significa che i nostri occhi dovrebbero vedere e il nostro cervello deve elaborare essenzialmente lo stesso, non importa ciò che noi chiamiamo noi stessi, che lingua si parla, o quali festività celebriamo. Si scopre, tuttavia, che anche le cognizioni di base variano in tutto il mondo.
La maggior parte americani, per esempio, percepisce le due linee in questa illusione ottica di lunghezze diverse, con la linea a più breve di linea b. In realtà, essi sono della stessa lunghezza.


Ma, come sostenuto da Joseph Henrich e colleghi nel Journal of Behavioral and Brain Sciences, la nostra sensibilità a questa illusione varia in base alla cultura. In media, la linea a deve essere un altro quinto più lunga della linea b prima che la media degli americani non laureati valuti le linee di pari lunghezza. La maggior parte delle altre società che sono stati testate su questa illusione, tuttavia, prevedono sostanzialmente meno manipolazione. La figura seguente confronta come individui in diverse società rispondono a questo test. Le misure sono problematiche, e si può leggere di più in merito qui; ciò che è necessario sapere per ora è che le società sulla destra sono più sensibili per l'illusione e la società sulla sinistra meno.


Osservando che gli individui nelle società più sviluppate (ad es., Evanston, Illinois) tendono ad essere più vulnerabili all'illusione - infatti, in alcune società, come ad esempio i San del Kalahari, essa non si qualifica come un'illusione per tutti — Henrich e suoi co-autori sostengono che l'esposizione agli "ambienti moderni" possa esserne la causa:
…l'esposizione visiva durante il suo sviluppo a fattori quali "angoli costruiti ad hoc" degli ambienti moderni può favorire alcune calibrazioni ottiche e abitudini di visualizzazione che creano e perpetuano questa illusione. Il sistema visivo si adatta, alla presenza di caratteristiche ricorrenti nell'ambiente visivo locale.
Anche le basi della cognizione, che varia tra culture. Ciò, sostengono Henrich e altri, chiama in causa tutti i truismi di psicologia basati, principalmente, sulla ricerca sperimentale con soggetti occidentali.


Una sola considerazione: tutte queste tesi sono state già esposte e sviluppate in antropologia visiva da  almeno 50 anni (cfr. i lavori di Rouch, poi Worth & Adair) e sintetizzate mirabilmente nei lavori di Massimo Canevacci e Antonio Marazzi...

25/12/07

Video "Identità culturale" online

Disponibile da oggi su YouTube il mio video Identità culturale, realizzato nel 2003 e ispirato a Lo studio dell'uomo di Ralph Linton.

Il tema dell’identità culturale è oggi al centro delle riflessioni in diversi ambiti della ricerca sociale. In un mondo in corso di globalizzazione economica e culturale, in cui gli stessi ricercatori sociali si trovano su interpretazioni distanti se non contrapposte, si sentono frequentemente nazioni, comunità, popolazioni rivendicare il diritto alla propria identità etnica e culturale, si vedono simboli, abitudini e valori accorpati per distinguere certi gruppi da altri, si cercano origini e legami col territorio che giustifichino la purezza di una ‘stirpe’ arrivando, nei casi più estremi, all’invenzione della tradizione.

Di fronte a una situazione del genere esiste di fatto uno ‘scollamento’ tra la dimensione dell’esperienza della realtà quotidiana e la dimensione della riflessione che i ricercatori, preposti a fare ciò, operano su tale esperienza e tale frattura porta le persone che vivono l’una o l’altra delle due dimensioni a ‘perdere’ quelle possibilità di conoscenza e comunicazione reciproca sulla realtà che sarebbero prioritarie e sostanziali per l’esistenza di entrambe.

Un giorno, mentre leggevo
Lo studio dell’uomo di Ralph Linton, pensai che se quei contenuti sociali e culturali ‘seri’ fossero stati espressi in forma di gioco visivo, forse anche spettatori abituati a percezioni veloci e ‘leggere’ come quelle di videoclip e spot pubblicitari si sarebbero soffermati a seguire il gioco proposto e così, inconsciamente, ad apprendere un contenuto complesso e soprattutto a ri-conoscere sotto un’altra luce ciò che già vivono abitualmente.





Linton scriveva a proposito dell’uomo ‘occidentale’, ma dalla prima edizione del suo lavoro sono passati decenni. Ciò che egli sottolineava allora è oggi applicabile alla grande maggioranza della popolazione mondiale, pur se con le declinazioni locali di elementi, gusti, lingue, abitudini. Il testo di Linton, come anche riflessioni più recenti elaborate da altri autori (si pensi ad Appadurai, Amselle, Hennerz, Clifford), discute dell’identità etnica e culturale del singolo nelle società complesse contemporanee, dimostrando come le nostre identità siano in realtà frutto di secoli di mescolanze di lingue, costumi, fedi religiose, politiche, arti espressive ed estetiche, quando non più semplicemente adozione dall’esterno di oggetti d’uso comune e quotidiano.

Il mio tentativo è stato quello di trovare una nuova forma espressiva a tale comunicazione, una forma espressiva che permettesse a tutti le persone che abitano in questo mondo - indipendentemente dai livelli di competenza nell’analizzarne le dinamiche - di riconoscere alcune caratteristiche della propria vita quotidiana come frutto di ibridazioni e quindi promuovesse in loro una maggiore apertura alla diversità e al dialogo tra reciproci ‘altri’ che la storia dell’uomo ha già provveduto in passato a non essere così distanti e così ‘irriducibili’ reciprocamente.

25/10/07

Information R/evolution

Mike Wesch, antropologo culturale il cui interesse di ricerca è l'impatto dei nuovi media sull'iterazione umana, già autore del video Web 2.0 The Machine is Us/ing Us visionato online da tre milioni di utenti, presenta ora Information R/evolution, che ripercorre la rivoluzione nella comunicazione operata dal digitale.





Per una panoramica sul lavoro e la ricerca di Wesch e del suo team, vedi il progetto MediatedCultures nel quale sono presenti altri video prodotti su questo tema con approccio etnografico/antropologico ed è illustrata la proposta collaborativa dell'autore per la didattica e la ricerca.
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